Ci sono momenti in cui la politica dovrebbe sospendere la frenesia del consenso e interrogarsi sulla propria statura. Le emergenze climatiche — come quelle legate all’evento meteorologico noto come Harry — non sono semplici capitoli di cronaca: sono stress test istituzionali, prove di serietà pubblica, occasioni in cui la classe dirigente è chiamata a dimostrare lucidità, senso dello Stato e capacità di cooperazione.
Lo stesso vale per quanto sta accadendo a Niscemi, dove una frana minaccia un’intera comunità. In simili frangenti, la risposta più appropriata non è la competizione retorica, ma la convergenza operativa. E invece, puntualmente, prende forma il riflesso più antico e sterile della politica italiana: la polemica come surrogato dell’azione, lo slogan come anestetico della complessità.
È un copione noto. Talmente noto da risultare prevedibile. E tuttavia continua a produrre danni, perché proprio in queste dinamiche si nutre l’anti-politica: quando il governo delle cose viene sostituito dal governo delle parole, quando l’argomentazione cede il passo alla teatralizzazione.
La Sicilia, in questo frangente, non ha bisogno di essere rappresentata come una periferia trascurata né di essere brandita come vessillo polemico. Ha bisogno di rigore, di analisi fondate, di responsabilità condivise, di soluzioni strutturali. Di pianificazione, insomma. Non di risse semantiche.
La scorciatoia degli slogan
Tra le formule che hanno circolato in queste settimana, una merita particolare attenzione — più per ciò che rivela che per ciò che propone: “usiamo i soldi del ponte”.
Una frase che ha la semplicità rassicurante degli slogan e l’efficacia operativa delle bacchette magiche. Presuppone che le risorse pubbliche siano un salvadanaio intercambiabile e che un territorio debba scegliere tra sicurezza e sviluppo, tra manutenzione e visione, come se le due cose si escludessero a vicenda.
È una logica curiosa: altrove si discute di come aggiungere investimenti; qui si suggerisce di sostituirli. Il che equivale, tradotto in linguaggio non propagandistico, a sostenere che i siciliani possano ambire solo a metà delle politiche pubbliche.
Condivido la riflessione dell’amico Giovanni Marinetti quando osserva che dietro simili scorciatoie si nasconde – al di là del giudizio sull’opera che non intendo trattare in questa sede – un presupposto inquietante: che la Sicilia debba accontentarsi. Che ciò che in altre regioni è considerato ordinario, qui debba diventare opzionale. Non è realismo: è una forma elegante di rinuncia all’eguaglianza.
Una politica adulta non mette in concorrenza le necessità. Le governa contemporaneamente.
I palazzi, i fuochi e la coreografia del distacco
In questo scenario si inseriscono anche decisioni simboliche che, pur animate da intenzioni dichiarate, finiscono per produrre effetti controintuitivi. La scelta del sindaco di Catania, Enrico Trantino, di chiudere simbolicamente Palazzo di Città ai propri ospiti e di assistere ai fuochi del 3 febbraio da Piazza Duomo solleva una questione più ampia: quella della grammatica pubblica del potere.
Ogni gesto istituzionale comunica. E quando la città è attraversata da fragilità e inquietudini, anche la coreografia conta. È legittimo domandarsi se simili scenografie servano davvero a rassicurare i cittadini o se, al contrario, alimentino quella sensazione — ormai diffusa — di un potere del Palazzo distante dal cittadino.
Quando la comunicazione supera l’amministrazione, qualcosa non torna.
Il grande assente: il ringraziamento
Colpisce, in tutto questo, l’assenza di un registro diverso. Un registro che sappia fermarsi. Riconoscere. Ringraziare.
Non si tratta di ritualismo, ma di cultura civica: ricordare pubblicamente che, nonostante la violenza degli eventi atmosferici, non vi siano state vittime è un atto politico nel senso più alto del termine. Prima che operativo.
A Riposto questo linguaggio è stato praticato: un momento pubblico di affidamento e di gratitudine verso San Pietro, condiviso tra cittadinanza e istituzioni. Un gesto sobrio, non spettacolare, ma densamente simbolico.
Viene da chiedersi se questo non sia, paradossalmente, ciò che è mancato altrove: una pausa di consapevolezza prima della gara a chi alza di più la voce. Forse a Catania un momento in cui religiosi e istituzioni si fossero ritrovati sotto Sant’Agata a dire semplicemente “grazie” è proprio mancato.
La politica contemporanea sembra aver smarrito proprio questo: la capacità di ringraziare.
Oltre il populismo
Il populismo prospera quando la complessità viene compressa in formule istantanee, quando l’emotività prende il posto dell’analisi, quando il conflitto diventa un fine e non una conseguenza.
Ma una comunità cittadina ha diritto a qualcosa di più impegnativo: a un discorso pubblico che non prometta scorciatoie, a una classe dirigente che non si limiti a reagire, ma che sappia progettare, a una politica che torni a essere — nella sua accezione più alta — servizio.
La Sicilia non ha necessità di chiedere privilegi. Chiede normalità istituzionale: infrastrutture funzionanti, sicurezza del territorio, pianificazione seria, Rispetto.
Chi riesce ancora a sottrarsi alla seduzione dello slogan sa che governare è molto meno spettacolare — e infinitamente più necessario — che recitare. Forse è proprio da qui che occorrerebbe ripartire: dal rifiuto dell’applauso facile e dal recupero di un linguaggio pubblico che torni a onorare l’intelligenza dei cittadini.
Non per dividere. Per governare e offrire strumenti.