Fenomenologia della dolcezza e dialettica dell’equilibrio
Appunti dalla masterclass dell’11 febbraio al Four Points by Sheraton Catania
Mercoledì 11 febbraio, al Four Points by Sheraton Catania, non si è celebrato un vitigno. Si è messa in discussione una categoria mentale. 7 sfumature di Riesling è stato un esercizio di lettura critica attorno a un paradosso: il Riesling è probabilmente il vino più citato quando si parla di dolcezza, e al tempo stesso il vino che più radicalmente dimostra quanto la dolcezza sia una nozione insufficiente.
Accanto a me, in questa esplorazione, ci sono stati Santi Natola – autore del libro Riesling questione di dolcezze – e Simona Cacopardo, area manager di Vino&Design, che hanno contribuito a spostare il discorso dal piano descrittivo a quello interpretativo. Non una sequenza di assaggi, ma un attraversamento concettuale.
Il Riesling come architettura
Nel Riesling l’acidità non è un attributo. È una struttura portante.
Se in molti vitigni essa svolge una funzione di freschezza, qui diventa principio costruttivo: sostiene la materia, governa lo zucchero, orienta il tempo. Senza acidità il Riesling non esiste; con l’acidità diventa uno dei sistemi gustativi più complessi e leggibili del panorama mondiale.
La scelta di attraversare Palatinato, Nahe, Ruwer, Saar e Mosella non è stata geografica, ma dialettica: materia, precisione, sottrazione, profondità.
Geologia come destino
Il Pfalz di Rebholz, su Rotliegendes, ha aperto il percorso nella dimensione della materia. Arenarie rosse ricche di ferro, struttura compatta, secchezza non come negazione ma come forma.
La Nahe di Dönnhoff ha mostrato l’altra faccia della mineralità: pluralità geologica tradotta in linearità aromatica. Qui il Riesling diventa un esercizio di controllo, una grammatica della precisione.
In entrambi i casi, ciò che emerge è un dato fondamentale: nel Riesling la geologia non è un fondale descrittivo, ma un principio espressivo. Il suolo non si “sente”, si organizza nel sorso come tensione.

La dialettica della dolcezza
Il cuore teorico della serata si è manifestato con Ruwer e Saar.
Il Kabinett di Grünhaus (Abtsberg) ha riportato al centro il concetto di equilibrio primario: basso grado alcolico, residuo zuccherino evidente ma governato, acidità affilata. Non un vino dolce, ma un vino dinamico.
Egon Müller, dal Saar, ha reso evidente un paradosso: grandezza e leggerezza possono coincidere. Qui la dolcezza non è accumulo, ma vibrazione. L’alcol resta contenuto, la tensione domina, il sorso si allunga senza gravare.
È in questo passaggio che la riflessione di Santi Natola ha trovato piena risonanza: la dolcezza non è un valore quantitativo, ma relazionale. È l’effetto di una dialettica tra zucchero e acidità, tra maturità e verticalità.
Nel Riesling questa dialettica è leggibile in modo esemplare. Non c’è dolcezza senza tensione; non c’è tensione senza controllo della maturità.
La Mosella come tempo liquido
Con la Mosella il discorso si è fatto temporale.
Il Grosses Gewächs di Dr. Loosen, da vigne vecchie su roccia vulcanica rossa a Ürziger Würzgarten, ha rappresentato la concentrazione secca come energia compressa. Profondità senza opulenza, potenza senza espansione. Un vino che si sviluppa in verticale, non in larghezza.
Joh. Jos. Prüm, con il Kabinett di Wehlener Sonnenuhr, ha riportato l’attenzione sulla lentezza come metodo. Fermentazioni non forzate, equilibrio che si costruisce nel tempo, longevità come esito naturale e non come obiettivo dichiarato.
L’Auslese 2018 di Fritz Haag ha chiuso il percorso non con un eccesso, ma con una dimostrazione di misura. Annata calda, ma acidità integra. Concentrazione evidente, ma sempre sorretta da tensione minerale. Qui la dolcezza non addensa, sostiene.
Oltre la dicotomia secco/dolce
Se un filo rosso ha attraversato l’intera serata, è stato questo: la qualità non coincide con la secchezza. Il Novecento ha imposto un’estetica del secco come sinonimo di modernità. Il Riesling smonta questa equazione. Dimostra che la dolcezza può essere uno strumento di precisione e non di compiacimento.
La grandezza di questi vini non è nella quantità di zucchero residuo, ma nella coerenza tra tutte le forze in gioco: acidità, estratto, maturità, suolo, tempo.

Il Riesling come contemporaneità
In un’epoca in cui si ridisegna il concetto di freschezza e sostenibilità gustativa, il Riesling appare sorprendentemente attuale: bassi gradi alcolici, straordinaria capacità evolutiva, leggibilità territoriale, tensione minerale come cifra stilistica.
Ma soprattutto, il Riesling impone un atteggiamento: chiede attenzione. Non è un vino immediato. Non è un vino accomodante. Non cerca consenso rapido.
Ed è forse proprio questa sua richiesta di concentrazione a renderlo uno dei vitigni più intellettualmente esigenti e culturalmente stimolanti del panorama europeo.
A conclusione
La serata dell’11 febbraio non ha celebrato etichette iconiche: ha messo in scena una fenomenologia dell’equilibrio. Sette vini, sette interpretazioni, un’unica tensione strutturale.
Il Riesling non si definisce per ciò che è “secco” o “dolce”. Si definisce per la capacità di far convivere gli opposti senza annullarli. Ed è in questa convivenza, in questa tensione dinamica, che il vino smette di essere bevanda e diventa linguaggio.
Il Riesling non si consuma.
Si interpreta.
E quando lo si interpreta correttamente, diventa inevitabile.