Ci sono luoghi che parlano. Che basta attraversarli in auto, fermarsi al bordo di una strada sterrata, calpestare un pezzo di terra lavica o osservare una vecchia vigna per sentire che raccontano qualcosa: la fatica di chi li ha coltivati, la bellezza ruvida di una natura potente, l’identità profonda di un paesaggio che è storia, cultura, appartenenza.
E poi ci sono luoghi che smettono di parlare. Perché sopra quei terrazzamenti qualcuno ha gettato cemento. Perché l’uliveto ha lasciato il posto a una villetta a schiera. Perché la linea visiva tra l’Etna e il mare viene spezzata da un muro, un parcheggio, un centro commerciale.
Negli ultimi anni, il territorio etneo – quello che conosco e vivo, quello che cerco di raccontare con il mio lavoro – sta subendo una trasformazione brutale e silenziosa. Un avanzare costante di costruzioni che spesso non rispondono a un disegno organico, ma all’urgenza del profitto, alla logica del “subito”, alla perdita di visione. Il paesaggio si spezza, l’identità si frantuma. E nessuno sembra stupirsi più.
La bellezza come responsabilità collettiva
La cementificazione non è solo una questione urbanistica: è una questione culturale. È l’indice di quanto poco valore attribuiamo alla bellezza autentica dei luoghi, alla memoria agricola e alla vocazione naturale di una terra fragile, ma straordinariamente generosa.
L’Etna non è solo un vulcano. È un sistema di biodiversità, di culture contadine, di architetture vernacolari, di vini unici, di colture che affondano nella lava e danno frutti irripetibili altrove. Ogni ettaro sottratto alla terra per diventare cemento è un futuro negato: al turismo consapevole, all’agricoltura di qualità, alla vita di comunità.
Serve un cambio di passo. Servono politiche lungimiranti, visioni condivise, strumenti di tutela che siano efficaci ma anche comprensibili da chi il territorio lo vive ogni giorno. E serve una nuova consapevolezza diffusa: che abitare un luogo non significa solo costruirci sopra, ma rispettarne i ritmi, ascoltarne le ferite, contribuire a conservarne l’anima.
Raccontare il territorio, per me, è anche questo: fermarsi un attimo, guardarsi intorno e chiedersi se stiamo costruendo qualcosa che durerà. O solo riempiendo silenzi con cemento.