Era mio padre.
E non è una citazione del celebre film del 2002: parlo di Carmelo Chittari, l’uomo, il marito, il padre, l’amico, l’infermiere che in tanti hanno conosciuto, stimato e pianto per la sua prematura scomparsa.
Andato in pensione il 1° maggio 2025, papà ha dedicato l’intera vita a prendersi cura degli altri. Lo ha fatto con una devozione rara, soprattutto verso i più fragili: i bambini. Per anni ha lavorato nel reparto di Neonatologia del Santo Bambino, accompagnando con tenerezza e professionalità i primi respiri di migliaia di piccoli pazienti, prima di essere trasferito all’Ospedale San Marco. Chiunque l’abbia incontrato sa quanto fosse naturale per lui offrire una parola buona, una mano sicura, un sorriso che dava coraggio.
Nato a San Berillo e cresciuto poi a San Leone, rimasto orfano di padre a undici anni, ha affrontato la vita senza mai arretrare, costruendo con dignità e sacrificio la propria strada. L’ha vissuta pienamente, giorno dopo giorno, donandosi senza misura fino a quel 24 ottobre che ha segnato un confine nella mia esistenza: l’inizio del suo calvario in terapia intensiva, concluso con il tragico epilogo del 13 novembre.
Se oggi sono l’uomo che sono, lo devo anche a lui.
È stato lui a insegnarmi – non con le parole, ma con l’esempio – a stare dalla parte dei deboli, a non tollerare le ingiustizie, a considerare il denaro un mezzo e non un fine, ad avere valori non negoziabili, a portare con fierezza la propria identità. Il vuoto che sento dentro è immenso, indescrivibile. E tuttavia, in mezzo a questo dolore, mi sorprendo a provare gratitudine: per l’affetto, la stima e le testimonianze che in questi giorni stanno arrivando da chi lo ha conosciuto e amato.
Dai compagni di quartiere di Largo Calabria e Largo Basilicata, con cui condivise un’infanzia vivace e irripetibile, ai colleghi che hanno lavorato al suo fianco, agli amici di una vita – fratelli, più che amici – ai conoscenti della piazzetta di Canalicchio, fino ai parenti e ai miei cugini, che in lui non vedevano solo uno zio, ma una presenza accogliente, stabile, buona.
Tutto questo mi ricorda che papà ha lasciato un segno. Un segno vero. Un segno che resta per sempre.
Ringrazio di cuore — e non per semplice formalità, ma per quel senso profondo di gratitudine che papà mi ha insegnato fin da bambino — per tutto il bene ricevuto e per tutte le consolazioni che, nella Sua infinita misericordia, Dio ci ha donato in questi giorni così delicati.
Ho affidato papà, insieme a tutta la nostra famiglia, alla Madonna, dispensatrice di ogni grazia e madre che conosce e comprende ogni sofferenza. Sono certo che, dopo questo pellegrinaggio terreno, egli verrà presto accolto tra le Sue braccia amorevoli, dove riposano la pace, la tenerezza e la luce che non tramonta.